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Tre cose che ho imparato dalla nascita di Emma

Un mese e mezzo fa nasceva Emma: piccolo capolavoro (che adesso pesa quasi sei chili), avventura totalizzante che scandisce il tempo del nostro quotidiano e quello della nostra vita in generale. La sua nascita ha significato questo: una nuova interpretazione del tempo, adesso c’è un tempo prima di lei e uno dopo di lei. Questi due mondi possono dialogare tra di loro, ma sono appunto due mondi differenti e io e mio marito Federico lo stiamo imparando.

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Tra la marea di emozioni e sentimenti (e ambivalenze) del primo mese, dopo aver raccolto pensieri disordinati cercando di dar loro una sistemazione (che poi è ciò che faccio con la scrittura e in fondo ciò che più descrive il mio modo di stare al mondo), il primo discorso importante da fare intorno alla nascita mi sembra sia quello sulle aspettative.

Nascita e aspettative

Ebbene sì, mi aspettavo delle cose da questa avventura, cose che non si sono verificate.

Altre invece sono proprio come le avevo sognate. Ad esempio, Emma è proprio la figlia che avrei voluto avere, con i capelli neri del papà e il naso a patatina, con degli occhi che sembrano già saggi, con delle prerogative che mi fanno un’incredibile simpatia, tipo sbranare il biberon e cercare il capezzolo come fosse un piranha.

Al tempo stesso, è totalmente diversa da ciò che credevo, me la immaginavo piccolina e fragile. E invece lei è grandissima, forte, con tantissimi capelli: è nata già grande. Dentro di me avevo paura che non sarei stata in grado di darle il giusto nutrimento, così me la immaginavo piccola. Me l’ero dipinta piccola e lei invece è grande. Nella mia pancia ha preso tutto ciò che poteva prendere e io evidentemente avevo tanto da darle. Brava, Emma. Sei già una piccola ribelle e non sai quanto ciò possa rendermi orgogliosa.

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Il nutrimento è questo: saper dare lasciando il tempo del respiro, un gioco di spazi da concedersi e da rispettare, personale e difficilissimo, tutto da scoprire. Funesti sono quasi sempre i consigli degli altri, perché per lo più inutili.
L’allattamento è in assoluto quanto di più difficile mi sia trovata ad affrontare in questo primo mese e mezzo (e in generale nella mia vita). Ciò che ho adesso, ciò che io e Emma abbiamo raggiunto, è distante da quanto avevo immaginato per me e per lei. Ma è qualcosa di vero che ha messo in moto un dialogo con me stessa che nella mia esperienza di vita non ha precedenti.

Avevo un’idea piuttosto edulcorata del primo periodo a casa, dopo l’ospedale. Non so come mai, eppure sono una persona razionale, con una discreta capacità analitica edificata grazie alla passione per la psicologia e soprattutto con gli anni di psicoterapia.

Eppure.

Eppure ammetto che non mi aspettavo che avrei patito tanto la mancanza del sonno, non mi aspettavo che l’allattamento sarebbe stato così difficile, non mi aspettavo quasi niente di quelle che oggi sono le difficoltà quotidiane più rilevanti che io e Federico ci troviamo a dover affrontare.
Chissà forse è così per tutti, forse ci saremmo già estinti se la fase del sogno e dell’immaginazione che precede la nascita fosse in realtà già imperniata di consapevolezza e razionalità.

Fatto sta però che tornata a casa, dopo i giorni in ospedale, ho sentito di esser stata tradita da tutti, ma soprattutto da tutte quelle persone che mi avevano descritto SOLO le gioie della maternità. Però, ripeto, probabilmente è così per tutti: certe cose si dimenticano, altre si sceglie di ignorarle finché non arriva il momento giusto. E come al solito, per le cose fondamentali, scegliere di attraversare una certa soglia è una questione di coraggio, forza e un pizzico di follia.

È dura, incredibilmente dura è vero. Però è un periodo generativo: prendo nota dei miei pensieri molto spesso, mi metto in discussione ogni giorno, ho scoperto cose di me che mai avrei immaginato. Cercherò di essere chiara e sincera.

Ecco le tre cose più importanti che sento di aver imparato in questo primo mese e mezzo.

1. Le difficoltà non si superano, ci si passa dentro

Ci sono momenti difficili e se ci si sofferma a pensarci troppo dal di fuori sembrano impossibili da gestire: dal dolore del parto, ad una notte insonne.
Io ad esempio avevo una paura tremenda del dolore fisico e invece ho scoperto di avere una soglia del dolore piuttosto alta. Le scoperte che riguardano noi, ci lasciano sempre sbalorditi.

E allora, qual è il tentativo più utile da fare?

Pensare alle difficoltà, che siano di una notte, di qualche ora o un periodo di tre mesi, come a una bolla che non ci calza a pennello, eccessivamente estesa, talmente grande da essere scomoda, manca l’aria, siamo sommersi dall’acqua, non sappiamo bene dove sederci, un po’ come quando ci troviamo in visita in una casa che non ci piace, con persone che tutto sommato ci stanno antipatiche: tutto è fuori posto, non esistono più le zone di comfort. Sì, siamo in una bolla e a volte manca il respiro.

Ma cosa si può fare? L’unica cosa sensata da fare è starci dentro. Non pensare subito di uscirne. Non pensare al nostro stato, ma abbandonarsi al momento, farsi sommergere completamente.

Andare sotto, per poi risalire sopra.

Perché poi, quel “momento” difficile passa. È banale, ma è così: un parto, per quanto lungo, dopo alcune ore si conclude. Una notte di pianti finisce. Il periodo dell’allattamento termina, o si modifica, si passa da uno stato ad un altro. È come una febbre, si ha caldo e poi freddo, i picchi d’intensità sono tanti, ravvicinati, ma poi i tempi si dilatano e torna una specie di equilibrio. La bolla dentro la quale stiamo nuotando ad un certo punto si impara a conoscerla meglio, capisci che siamo noi a dettare i movimenti al suo interno e questo aiuta.

Io e Federico adesso siamo ancora nella bolla, ma diciamo che al momento ci siamo seduti un po’ più comodi.

Infine, l’unico consiglio sensato da dare e da darsi in questo periodo delicato è l’augurio della sincerità. Bisogna svelare a se stessi (e al proprio partner) la forza dei primi pensieri, una volta tornati a casa dall’ospedale.

Hai voglia di fuggire con il primo treno? È normale.

Ti manca la tua vita di prima? È perfettamente normale (e sano).

Farlo è difficile perché lì fuori siamo circondati quasi solo da immagini (fintamente) felici, racconti poco sinceri, giudizi e critiche avventate. Riconoscere a noi stessi che siamo i primi ad aver bisogno di spazio, che le nostre necessità DEVONO venire prima, aiuta davvero.

La sincerità è il primo importante passo verso la sanità mentale. Io e mio marito abbiamo imparato che non ci sono regole in questo periodo pazzo, l’unico accorgimento è questo: essere sinceri e buoni con noi stessi.

2. Ridefinire il concetto di felicità

Se ci pensiamo attentamente e con sincerità, tutti e tutte dovremmo ammettere che le cose che ci rendono davvero felici sono poche, cinque o sei al massimo direi. Perseguirle per molti è uno scopo di vita. La cosa più difficile secondo me, invece, è individuarle nel caos della routine e dei pensieri.

La brutta notizia è che nel primo periodo dopo il parto difficilmente riuscirete a riavere subito quelle cose.

La buona notizia è che la felicità è un concetto mutevole, le cose cambiano, evolvono e soprattutto la felicità si costruisce piano piano. Si è abituati a pensare alla felicità come a un qualcosa da raggiungere, una meta da toccare, il punto di non ritorno. Non è affatto così (per fortuna).

Fare un figlio è un po’ come tornare alla base, ai concetti semplici, si tratta di scendere più che salire, tornare indietro, concentrarsi sulle priorità, sulle necessità elementari. Questo non vuol dire rinunciare ai grandi sogni – anzi! Io non vedo l’ora di portare Emma in Giappone ad esempio – ma significa eliminare momentaneamente tutto il superfluo ed apprezzare quei piccoli momenti della giornata che ci fanno sorridere. Ci sono sempre, basta imparare a guardarli bene.

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Un’amica mi disse una cosa un po’ di tempo fa e si è rivelata molto più che vera: preparati a ridefinire il tuo concetto di felicità.
Ad una prima lettura può sembrare triste, ma se si guarda il tutto nell’ottica della trasformazione non sarà più così.

Al momento se riesco a vedere una puntata su Netflix insieme a Federico (prima ne divoravamo a tonnellate), se riesco ad addormentarmi stremata dopo avergli dato un bacio, se riesco a ritagliarmi il tempo per scrivere un post lungo – come questo – sì, sono felice.

Veramente adesso mi rende felice anche farmi una doccia lunga, la tinta ai capelli o una seduta al bagno di dieci minuti con il cellulare in mano.

E so che ancora molto dovremo cambiare.

3. Riscoprire la propria madre (interiore e reale)

Forse questo è il punto di tutta la questione parto e maternità che più mi sta a cuore e, al tempo stesso, che più mi ha sorpresa e cambiata.

Secondo me c’è un momento esatto in cui si diventa madri e quel momento non è lo stesso per tutte naturalmente.

Anche il parto in sé, se ci si pensa, assomiglia all’attraversamento di una soglia: Emma è nata e io sono diventata madre. È vero sono anche una figlia, ma il modo in cui guardo ora mia madre è cambiato profondamente, per sempre. Ed anche il modo in cui adesso mi pongo nel ricevere il suo affetto, le sue attenzioni, i suoi sguardi sta cambiando.

Nei giorni immediatamente successivi al parto, ho riscoperto in mia madre degli aspetti caratteriali che avevo dimenticato, o che forse non riuscivo più a vedere; al contempo guardarla è stato come guardare me stessa allo specchio, riconoscere somiglianze e differenze, senza giudicarle stavolta.

Se tutto il periodo della gravidanza serve per leggere, informarsi, chiedersi che tipo di madre vorremmo essere, la maternità serve per accogliere ciò che siamo diventate indipendentemente dalla nostra madre e, viceversa, ciò che siamo proprio a causa del nostro rapporto con lei. Ciò che darò ad Emma probabilmente sarà un connubio di questi due aspetti.

Niente particolari aspettative stavolta, ciò che mi auguro ora è solo di conservare la gioia che provo nell’osservare i suoi piccoli cambiamenti quotidiani, il grande privilegio di vederla crescere, ecco cosa significa. Ecco cosa siamo state io e mio madre, ecco dove siamo arrivate. Ci sono voluti 34 anni per arrivare fin qui, e penso che anche lei – mia madre – il giorno in cui Emma è nata, abbia attraversato una soglia, proprio come me.

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Probabilmente mi ci sono voluti anni di psicoterapia per arrivarci, un’autoanalisi costante e il perseguimento di un desiderio – la maternità – ma poi, che soddisfazione quando le cose cominciano a cambiare e tu sei in grado di riconoscerle ed accoglierle, semplicemente, senza sentirsi schiacciate da quel viaggio che comincia proprio quando nasciamo: la ricerca di un’identità che sia unica.

2 commenti su “Tre cose che ho imparato dalla nascita di Emma”

  1. Belle riflessioni. Mi ci sono rivista: la ricerca affannosa di un momento per me, la fatica di certi momenti neri, le notti insonni, vera tortura. Io mi sono scoperta madre quando facevo le cose senza usare la ratio, ma usando “la pancia” perché sapevo che dovevo fare proprio così, e io me ne sorprendevo per prima. Comunque una cesura, la maternità, che vale molto, tanto, chiede tanto e dà tanto. Abbraccio forte.

    1. Davvero bella la prospettiva di cui mi parli: sentire le cose ancora prima di conoscerle.
      Grazie per essere passata di qui e per la tua lettura attenta.

      Un abbraccio forte a te!

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